Per la Ministra della Famiglia, della Natalità e delle Pari Opportunità Eugenia Roccella il congedo parentale paritario non sarebbe la soluzione. Prendiamo atto della posizione della Ministra, ma una domanda è inevitabile: se non è questa la soluzione, quale soluzione propone il Governo? Queste le nostre affermazioni sulle recenti dichiarazioni della Ministra Roccella sul tema della parità dei congedi parentali e del rapporto tra maternità e lavoro.
«Dire genericamente che “il lavoro va cambiato”, senza indicare come, rischia di diventare una formula vuota proprio mentre migliaia di donne continuano a pagare un prezzo professionale per la maternità. Non basta constatare che esistono differenze biologiche tra uomini e donne: il compito delle istituzioni è impedire che quelle differenze si trasformino in differenze di opportunità, autonomia economica e carriera» dichiara Alfredo Mangano, membro del Direttivo.
Secondo Fare per Cambiare, il problema non è quindi adattare le donne a un mercato del lavoro costruito intorno alla maternità, ma cambiare concretamente le regole del sistema di welfare, rendendo la genitorialità una responsabilità realmente condivisa.
Per questo proponiamo una strategia articolata su tre interventi:
- 🧑🍼 5 mesi di congedo parentale facoltativo per ciascun genitore, utilizzabili entro i primi tre anni di vita del bambino;
- 🏫 asili nido pubblici per i bambini sotto i 3 anni, per garantire concretamente alle famiglie la possibilità di conciliare genitorialità e lavoro;
- 🏭 certificazione di parità per le imprese che accedono ai contratti pubblici, legando quindi l'accesso alle risorse pubbliche al rispetto di standard verificabili di parità.
Si tratta della proposta di «parità di genere reale» contenuta nella nostra Carta dei Valori.
«Non stiamo sostenendo che madri e padri siano biologicamente identici — sottolinea Giovanni Curti, presidente di Fare per Cambiare —. Stiamo sostenendo qualcosa di diverso: che una differenza biologica non debba determinare una differenza permanente nella vita delle persone». «Se una donna diventa madre e questo comporta per lei una maggiore probabilità di interrompere il lavoro, rinunciare alla carriera o ridurre la propria autonomia economica, mentre il padre continua a lavorare come prima, non abbiamo costruito una vera libertà di scelta. Abbiamo semplicemente distribuito in modo asimmetrico il costo della genitorialità -conclude il Presidente-».
La nostra posizione è quindi netta: Siamo d'accordo con la Ministra su un punto: il lavoro deve cambiare. Ma proprio per questo servono politiche pubbliche precise, finanziate, misurabili e verificabili. Un principio condivisibile non può essere il punto di arrivo: deve essere il punto di partenza. La discussione sul congedo parentale non dovrebbe diventare una contrapposizione ideologica tra madri e padri. La vera questione è molto più concreta: chi paga oggi il costo della nascita di un figlio? E soprattutto: vogliamo continuare ad accettare che quel costo ricada prevalentemente sulla carriera delle madri?